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Il Rossese da festival di Sanremo.

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Ultimo aggiornamento Martedì 24 Luglio 2012 16:24 Scritto da albi Martedì 24 Luglio 2012 16:23

mmaginate di trovarvi davanti ad una bottiglia di vino, ma di quelle che sembrano state prese al luna park, quando fai il tirasegno coi fucili ad aria compressa, spendi 20 euro per abbattere i barattoli, rischi di accecare il gestore, che mosso a pietà per cacciarti via ti regala una bottiglia estratta dalle catacombe del tendone, del costo di un euro ad esagerare.
Insomma, questa boccia aveva una etichetta frutto di studi di marketing avanzati, da attirare da un lato i Misteri di Voyager e dall'altro il CICAP e i NAS.
"LETIZIA - ROSSESE - Importato dalla Produzione - Ditta Letizia di Sanremo - Cantina di imbottigliamento - 1961. Si serve a temperatura d'ambiente" Sulla capsula, la firma di Raimondo P.
Ho pensato che fosse una bottiglia abbinata al 45 giri del famoso cantante melodico Raimondo P., che furoreggiò al festival di Sanremo del 1961 con la sua hit Letizia (croce e delizia).
Ma non credo sia una ipotesi plausibile, stando alla SIAE più che al CICAP.
Roba da lavandinare a priori, considerato che il tappo era Liguria style, "belìn un tappo normale io lo taglio e ne ricavo due e magari tre così risparmio".
In realtà il tappo corto ha permesso una microssigenazione controllata ottimale, frutto di studi empirici del ligure taccagno che che Michel Rolland con le sue bombe fruttate è una pippa al confronto. 8)

Poi lo abbiamo mesciuto e -minchia- quel cazzo di vino era davvero buono. Ma bbono bbono.
Pur avendo più di 50 anni alle spalle. Beh ma questo già lo sapevo, per esperienza personale :D

Ancora vivace, una acidità fresca a supporto di toni caldi, mediterranei di frutti rossi e balsamico.
Senza i sentiori da cabina armadio del nebbiolo.
Un vecchio Rodano, sentenziò il tecnico.
Gran figata, filosofai io.

Parafrasando il proverbio, non giudicate un vino dalla sua etichetta.
 

 

Il Barolo 1943 e la lampada di Aladino

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Scritto da albi Lunedì 02 Luglio 2012 13:31

 Il vino è il prodotto che più assomiglia all’uomo, per unicità, identità e capacità di evolversi (o involversi).

Sul tavolo una bottiglia di Barolo riserva 1943.

1943….. quasi settant’anni fa, durante l’anno peggiore della Guerra che flagellava il mondo.

Chissà con  quale spirito si vendemmiò,  il Male  aleggiava su tutto il resto….

Ecco, aprire quella bottiglia sarebbe stato come aprire il vaso di Pandora, con la speranza nascosta sul fondo e il marcio che ne sarebbe uscito?

Macchè.

E’ stato come strofinare la lampada di Aladino.

Nel bicchiere si è materalizzato un concentrato di colori, profumi, sentori, sensazioni incredibili.

Il nebbiolo invecchiato  è famoso per il suo “sentore di armadio”, note di chiuso, canfora, ricordi  che si percepiscono quando si spalancano le ante del mobile antico della casa avita.

Qui l’armadio si apriva su prati, bosco, cielo, lampone fresco, sbuffi balsamici, effluvi di terra e di animali, tocchi leggeri in sequenza come una sinfonia con i suoi movimenti,  un viaggio in tanti luoghi nello stesso momento.

Non so neppure se definirlo vino. Anzi sì, ne è archetipo e punto di arrivo allo stesso modo, la chiusura di un percorso apparentemente circolare solo se lo si guarda in due dimensioni.

Sentori indefinibili ma che sono dentro di noi, fanno parte delle nostre radici ed escono dalla terra e vanno verso il mondo, per conoscerlo e viverlo.

Invecchiare bene significa evolversi, raccontare e trasmettere ciò che si ha dentro e si è accumulato nel corso degli anni.

L’opera di chi in un periodo senza speranza ha puntato sul lavoro guardando lontano, probabilmente senza sapere cosa sarebbe accaduto, ma ha lasciato un messaggio nella bottiglia ancora oggi pienamente leggibile, un’eredità per il futuro. C’e lavoro e amore dentro quella bottiglia.

Questa è la storia che il Borgogno Riserva 1943 ha saputo raccontare, a chi ha voglia e attenzione di ascoltare. 

 

S-low profit

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Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Maggio 2012 20:04 Scritto da albi Lunedì 28 Maggio 2012 20:01

Capita che gli eventi ci travolgano come un fiume in piena. Questo è il momento di sedersi sulla riva e osservare e analizzare la situazione, senza cercare di annaspare dentro. L’economia e la finanza hanno preso oggi sopravvento sul resto, la spinta al consumo ha consumato pure ideali, principi, valori etici e morali. Cii sono rimasti PC, TV, telefoni ma i contenuti, le idee, le cose davvero importanti da dire sono finite nei gorghi.

Il mondo legato al profitto si è inaridito ai lati del fiume. Economia e finanza, da strumenti al servizio dell’uomo, hanno capovolto la situazione. Siamo schiavi della finanza e dell’economia e dell’oligarchia che la governa. Pensare al termine Grexit, neologismo creato con crudeltà indifferente, è agghiacciante. Buttiamo a mare la Grecia per pensare di salvare..... che cosa? Intanto allontaniamo la patria del pensiero occidentale e i suoi 8 milioni di persone, come un immenso barcone di clandestini in avaria nel Mediterraneo. Che si arrangino. Pazzesco. E’ lo smarrimento, la resa totale del pensiero etico che guarda all’uomo come soggetto, come base dell’agire e del pensare.

Bisogna cambiare. E i cambiamenti avvengono solo dal basso. In alto manco ci pensano, si muovono gattopardescamente e stanno fermi. Bisogna tornare a osservare. A pensare. Cambiamo i concetti economici che ci avviluppano come un sudario mentre ce li propongono come l’ultimo velo di Sheherazade, promessa di godimento e di felicità.

A me è venuto in mente il termine S-low profit. 

Profitto lento e basso. Per guardare ad obiettivi di crescita lenti e sostenibili, che portino lontano, accontentarsi del giusto coi tempi dovuti, rispettando gli altri. Basta pensare al tutto e subito, prigionieri di indici che sono la misura dell’efficienza a stritolare i poveri cristi per fare felici gli analisti e chi li paga.  L’uomo dev’essere alla base del profitto, che non deve essere misurato solo in termini monetari. Basta col mito della crescita del P.I.L. come totem da venerare. Basta trasformare tutto in indici, numeri e pagelle. Basta opprimere con la burocrazia, la disinformazione, le minchiate quotidiane ciascuno di noi, affinché smetta di pensare e di gaurdare lontano, acuendo il processo di individualizzazione, l’homo homini lupus, mors tua vita mea.

S-low profit è solo un abbozzo, qualcosa che sta maturando piano, leggendo e ascoltando le persone e credo sia bene inserito nella logica di think-oink. Qui siamo semplicemente persone che guardano alla vita per ciò che è,  cercando di goderla tutta, nel bene e nel male, così come del maiale non si butta nulla.  Parliamo di tutto e di nulla ricordandoci che il dialogo è partecipazione ai pensieri altrui. Chi vuole contribuire, con i suoi pensieri, è bene accetto. Non ci gaudagnerà sicuramente nulla, forse un sorriso o una sghignazzata. Oink-style, mica po(r)co.

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La Moka del sciur Renato.

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Ultimo aggiornamento Venerdì 11 Marzo 2011 18:24 Scritto da albi Venerdì 11 Marzo 2011 18:21

 Mio padre conosce da mezzo secolo Bialetti. Ma si danno ancora del lei “buogiorno sciur Renato”, “buongiorno sciur Tino”.
Oggi ci si manda affanculo dopo trenta secondi, loro due perseverano nel rispetto.
Che poi, la famosa Moka, nome esotico legato al mondo orientale, una zona nello Yemen dove so coltiva una pregiata varietà di caffé, l’ha inventata Alfonso, Bialetti, il papà. Un giorno stava osservando la moglie lavare i panni, si utilizzava la lisciva, come prodotto di una mistura di acqua calda e cenere, e guardò lungamente le bolle che formava la cenere che saliva dal fondo del secchio e pensò all’improvviso alla polvere di caffè e a una caldaietta che facesse passare l’acqua da un filtro fino al contenitore superiore. Il lampo di genio osservando una banale occupazione quotidiana. Il saper guardare oltre la routine, le frasi solite e i rituali stanchi. Non per nulla Omegna è anche il luogo natio di Gianni Rodari e di altri inventori, non di parole ma di oggetti utili: la borraccia, i pinocchietti di legno diffusi ovunque, una pala speciale per spalare la neve e altri oggetti, così si dice.
Dove l’orizzonte è più chiuso e la mentalità più retriva, si aprono ogni tanto squarci infiniti e idee luminose.

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sardegna fine anni '70

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Scritto da ciro9999 Mercoledì 05 Gennaio 2011 16:11

la prima volta che sono stato in sardegna di mia sponte e non deportato dai genitori sarà stata la fine degli anni 70.
reduci da un campeggio (servaticissimo) a lampedusa, cala galera, stroncato sul nascere da inquietudini chimiche decidiamo di andare sulla costa nord.
senza soldi, come al solito.
senza mezzi.
senza un cazzo.
partiamo in due tranche.
nella prima, assieme a me, c'è uno che sta a rota.
chiamiamolo A.
e un'altro che se la cava e suona la chitarra.
chiamiamolo S.
con treno, ferry, autostop, corriera ci incolliamo una tenda a casetta e le pentole.
dopo pochi giorni sarebbero arrivati quelli della seconda tranche.
chiamiamoli F e T.
che si fermavano a roma un paio di giorni per reperire la droga (coi soldi messi da tutti).
inoltre dovevano portare il fornello da campeggio.

ebbene questi della seconda tranche durante il viaggio si fanno tutta la robba e poi di conseguenza si dimenticano il fornello sulla nave.
e noi rimaniamo con le pentole e senza fornello.
fa niente.
panini ed insalate di tonno.
c'avevamo 25 anni, che cazzo ci fregava del cibo!
una sera, seduti al bar del campeggio, rigorosamente senza consumare, ci pare a tutti che una crucca seduta da sola ci stia guardando e sorridendo.
breve consulto di sguardi e si decide che per curare la rota di A bisogna regalargliela.
così tocca a me.
parlante ingrese.
a me che odio parlare.
che odio parlare con sconosciuti.
che odio picchettare le ragazze.
che odio andare in spiaggia la sera per fare il fuoco, cantare le canzoni con una chitarra e poi fare il bagno.
imperterrito mi alzo, vado dalla crucca e le dico che noi stavamo per scendere in spiaggia, per fare il fuoco, suonare la chitarra, cantare canzoni e fare il bagno di notte.
questa si alza e viene con noi.
durante la discesa a mare faccio il minimo di approccio avvicinandomi sempre più ad A.
che inizia a conversare con la crucca.
appena la conversazione fra loro due è avviata io giro i tacchi e, prima ancora di arrivare in spiaggia, torno al bar.
gancio fatto.
a una certa stiamo tutti in tenda meno A che evidentemente ha cuccato.
poi si sente aprire la lampo, A si affaccia e prende il proprio materassino.
e lo appoggia al di la del sottile telo che separa la parte giorno dalla parte notte.
noi tutti preoccupati.
parte la domanda "A, ma che voi fa'?"
"che vojo fa? me la vojo scopa'!"
" e te la voi scopa' qui? che noi praticamente vediamo e sentiamo tutto?"
"e certo do' me la devo scopa'?"
partono una serie di vaffanculi sparsi, poi si tratta.
noi ci alziamo e andiamo al bar per venti minuti.
"che tanto te bastano e avanzano!"
e così fu.
poi la sera dopo se la scopò pure F, se non sbaglio.
la crucca venne a roma con noi.
molto contenta.
che gioventù!
che se ne è andata.
anche F.
anche S.
A è vivo, ma insomma.
arrivato completo.
la cartina tornasole è che io sono quello che sta meglio di tutti con la testa.

   

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